Tutti i Vincitori del 46° Premio della Bontà

Tema

Un luogo o un monumento può essere testimone di storie o eventi di bontà e solidarietà, che hanno lasciato tracce nelle nostre Città e Paesi.

Racconta ciò che puoi scoprire nei luoghi in cui vivi.

 con i Patrocini di:

   Regione del Veneto,   La Nuova Provincia di Padova,  Comune di Padova,

   Conferenza Episcopale Italiana,   Federazione Istituti di Attività Educative

e con il contributo della

  


Dati statistici sulla partecipazione

83 opere partecipanti, delle quali

43 delle Scuole Primarie, 7 delle Scuole Secondarie di I Grado, 26 delle Scuole Secondarie di II Grado, 4 Multimediali di singoli o gruppi,

3 fuori concorso

provenienti da 9 Province in 8 Regioni italiane e dalle Scuole Italiane di Pola in Istria coinvolgendo 13 diverse Istituzioni Scolastiche.


 Premiati Sezione Narrativa

Scuole Primarie

Primo classificato – Matilde BANLEO

già classe IV A Scuola Primaria “Giuseppina Martinuzzi” - Pola

 

Un monumento particolare

Nel cimitero di Sanvincenti c’è l’unico monumento esistente dedicato alle vittime della più grande tragedia mineraria italiana avvenuta in Istria il 28 febbraio 1940.

La miniera d’Istria era all’epoca la più grande miniera sul territorio italiano con gallerie molto profonde lunghe anche 160 km. Vi lavoravano più di settemila persone su tre turni.

Mi ero interessata alla Miniera di carbone lo scorso anno quando ho scoperto che il mio bisnonno Rodolfo era morto in questo funesto incidente. Io, che non conoscevo la drammatica storia del mio bisnonno ero rimasta sconvolta e triste nell’apprendere questa dolorosa vicenda del passato della mia famiglia. Per questo motivo per saperne di più ho fatto delle piccole ricerche, ho chiesto informazioni.

Erano le 4 e mezza del 28 febbraio 1940 quando un’esplosione nella camera 1 provocò 185 morti e 146 feriti. Scattarono subito i soccorsi ma il gas mortale non dava via di scampo. In questi momenti terribili ho scoperto che ci sono state persone coraggiose che si sono prodigate per salvare gli intrappolati nel sottosuolo. Sono persone forti e coraggiose come ad esempio il sorvegliante Giuseppe Nacinovich il minatore Matteo Viscovich e il perito minerario Furio Borontini. Ma più di tutto spicca il nome di Arrigo G. un giovane meccanico triestino, sposato, a Sanvincenti. Si racconta che sia sceso più volte in miniera per salvare i feriti. Visto che all’ appello mancava il suo amico del cuore Angelo Bassanese è ridisceso in miniera e ha perso la vita per lui. Ha lasciato la moglie e una bambina di poco più di un anno. E’ stato decorato dall’allora Governo italiano. Oggi una sala del museo di Trieste è dedicata a lui. Un tempo lontano anche la Scuola mineraria di Albona portava il suo nome.

Secondo me sono state queste persone e tante altre (ormai senza nome) che con grande cuore e infinita bontà si sono prodigate per gli altri. Sono esempio di amore, di solidarietà e di altruismo. Questa tragedia ha lasciato una scia di profondo dolore e miseria in molte famiglie istriane e italiane.

Oggi la miniera è chiusa.

E’ solo da una decina di anni che si tiene in Arsia una manifestazione in ricordo di questo triste avvenimento. E’ stata posta anche una targa ricordo scritta in croato e italiano.

Il monumento di Sanvincenti non è grande ed è un po’ trascurato. Non reca nomi ma solo la scritta: AI CADUTI SUL LAVORO NELLA MINIERA DELL’ARSIA 28 FEBBRAIO. Eppure io la trovo importante. Nasconde le storie di tante vite, cela tanta sofferenza, e tanti atti di generosità e umanità. Penso che questi morti in miniera e questi valori di bontà e di sacrificio non devono essere dimenticati


Secondo classificato – Noemi CAMPOLONGO

già classe V Scuola Primaria “Sacro Cuore – Istituto Sabinianum” –  Monselice (PD)

 

Un giorno la maestra ci ha mostrato la foto di un monumento che si trova in uno dei giardini di Monselice e ci ha letto una biografia da ciò è nato questo scritto.

Era una calda sera d’estate e Ida stava pensando a cosa avrebbe dovuto dire ai bambini che di lì a poco avrebbero dovuto tornare in Palestina.

Cominciò a pensare e pensare. Ripenso agli anni trascorsi.

Lei era ancora una sedicenne quando qualcuno bussò alla sua porta. Era il direttore dell’albergo che le chiedeva: c’è una coppia che ha bisogno di una tata che accudisca le loro bambine. Ida sei disponibile ?

Ida accettò.

Il giorno dopo le conobbe.

Dopo che la famiglia ebbe fatto ritorno a Roma, Ida sentì il bisogno di ritrovarli.

Ritrovati bussò alla loro porta, le sue bambine le saltarono in braccio e Ida poté conoscere il piccolo Alessandro, il terzo figlio arrivato da poco.

Nelle settimane successive il padre dei tre bambini dovette tornare in Ungheria perché era scoppiata la guerra.

Per un certo periodo continuò a scrivere ma un giorno smise.

Ida e Guzzi, la mamma dei tre bambini, lavorarono giorno e notte per procurare da mangiare.

Un brutto giorno la madre dei bambini si ammalò. Prima di morire confidò a Ida che erano ebrei, Ida le disse che non importava.

La mattina successiva la mamma dei bambini chiese a Ida di non abbandonare i bambini e morì fra le sue braccia.

Ida rimasta sola, tornò da sua madre. Appena la rivide con dodici valige e tre bambini, la donna non sapeva più che fare.

A causa delle difficoltà a sfamare questi bambini Isa li affidò all’orfanotrofio Sant’Antonio dei Frati del Santo di Padova a Noventa Padovana dove andava a trovarli ogni domenica.

Ida scoprì che avevano uno zio in Palestina. Con l’aiuto delle Bande Ebraiche li imbarcò a Napoli.

Si mise ad organizzare il viaggio ed eccoci al punto di prima.

Ida chiamò i bambini e raccontò le loro origini e che avrebbero dovuto far ritorno in patria dallo zio.

I bambini erano sconvolti.

Il mattino dopo salirono sul treno diretto a Napoli.

Durante il viaggio Ida raccontò la loro storia della loro vita.

Arrivati alla nave i bambini abbracciarono Ida e le dissero addio.

Mentre Fiorenza e Lisetta erano già sulla nave Alessandro abbracciò Ida insistendo perché andasse con loro e poi salì.

Gli anni passarono Ida si sposò e si trasferì a Torino.

Nel 1993 le venne dato il titolo di “Giusta fra le nazioni”.

Nel 2008 morì.

E così si conclude la storia di Ida Lenti Brunelli.

Secondo me invece di odiarsi bisognerebbe fare come Ida così che il mondo torni bello e pulito come era una volta.


Scuole Secondarie di Primo Grado

Primo classificato – Francesco MOLINARO

già classe III A Istituto salesiano “San Domenico” –  Bra

 

Oggi nelle nostre città e nei nostri paesi troviamo diversi luoghi che rappresentano storie di vita e di solidarietà e che ci ricordano ogni giorno l’importanza di fare del bene agli altri. Basta pensare alla case di riposo, ai centri di accoglienza, alle chiese, alle scuole e, soprattutto in questo periodo, agli ospedali in cui gli operatori si impegnano in prima linea a salvare le persone malate a causa dell’epidemia che ci sta devastando.

Senza questi luoghi di solidarietà gli ultimi e le persone in difficoltà come anziani, poveri, ammalati, disabili, giovani e bambini soli, sarebbero dimenticati e abbandonati.

Io abito a Bra, in provincia di Cuneo, una piccola città in cui si trovano vari luoghi testimoni di storie e di eventi di bontà e di solidarietà.

Tra questi mi colpisce in modo particolare la Piccola Casa della Divina Provvidenza.

Quest’ultima è una casa di riposo che si occupa di accogliere gli anziani e i malati e viene ricordata perché è ispirata a un grande santo della mia città San Giuseppe Benedetto Cottolengo, un uomo che ha lasciato traccia di bontà in altre città.

Vicino al Comune si possono ammirare anche la Casa Natale del santo e una grande statua che lo rappresenta e lo onora.

San Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra nel 1786. Nella sua giovinezza scelse la via del sacerdozio e venne ordinato sacerdote e vice parroco di Alba.

Quando ebbe 41 anni accadde un episodio che gli cambiò la vita. Incontrò una donna incinta in fin di vita che non fu accolta nell’ospedale e la vide morire.

Così Cottolengo, per evitare fatti simili, diede inizio a una piccola infermeria. In seguito aprì a Torino il “Deposito dei poveri infermi del Corpus Domini “ nel quale si accoglievano gli ammalati che non trovavano posto negli ospedali cittadini, ma dovette chiudere dopo soli tre anni a causa del colera. Allora si trasferì a Borgo Dora e fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza.

In tale istituzione Giuseppe Benedetto accolse i malati esclusi dagli altri ospedali e diverse persone povere, offrì loro casa, cura sanitaria, assistenza, educazione e istruzione. Egli morì il 30 Aprile 1842, venne beatificato e divenne santo, si ricorda ogni anno il 30 Aprile, specialmente nella mia città.

Il santo ha sempre dedicato la sua vita ai poveri, infatti cita durante la sua vita questa frase: ”I poveri sono come Gesù e come tali bisogna servirli.”

La Casa della Divina Provvidenza si ispira a lui cercando di portare avanti il suo progetto, prendendosi cura della persona povera, malata, abbandonata, particolarmente bisognosa, senza alcuna distinzione e basandosi sull’ uguaglianza perché in essa riconosce il volto di Cristo. Gli ospiti residenti nella Piccola Casa vengono accolti con il massimo rispetto come se fossero a casa loro.

Questo luogo è fondato sull’amore, sull’amicizia e sulla speranza di vita eterna e ha come sostegno ogni giorno la speranza che è la Fede.

La Casa comprende suore, fratelli, sacerdoti che si impegnano ogni giorno a fare del bene con umiltà. Le attività della Piccola Casa della Divina Provvidenza fin dalle origini hanno beneficiato inoltre di numerosi volontari che gratuitamente donano parte del loro tempo nell’ assistenza degli ultimi, secondo le capacità personali e le necessità quotidiane.

La Casa della Divina Provvidenza non si trova solo a Bra; è presente principalmente in Piemonte perché è la regione dove è nato il santo, ma si può trovare anche in altre regioni o stati.

Io ho avuto un’esperienza legata al santo. Quando avevo otto anni ho partecipato ad una recita sulla sua vita insieme ad altri ragazzi e ho interpretato il ruolo di un suo cugino.

Mi ricordo che prima dello spettacolo ho visitato la casa dove è nato Cottolengo e mi sono emozionato perché ho respirato un’aria di bontà e di accoglienza e ho provato un grande onore all’idea di essere per un attimo un parente e amico di questo grande santo. Ho immaginati di parlare e di giocare veramente con lui e di ascoltare le sue parole.

Penso che la Casa della Divina Provvidenza sia un luogo davvero speciale in cui le persone si occupano di fare del bene vero senza pretendere nulla in cambio. Credo che gli anziani e i poveri sono persone che non vanno trascurate, ma anzi vanno aiutate e amate perché attraverso di essi si riconosce la figura di Gesù, una figura semplice ed umile.

Sono davvero fortunato ad avere un concittadino santo da cui prendere esempio nella vita di tutti i giorni e al quale rivolgere la mia preghiera. Quando penso a lui provo una sensazione di grande pace, di armonia e di forza.

Ognuno di noi deve ascoltare il messaggio che il santo vuole trasmetterci, ovvero l’amore verso gli ultimi. Anche noi ragazzi possiamo metterlo in pratica partendo dalle piccole e buone azioni quotidiane nella nostra vita e accogliendo ed aiutando chi è in difficoltà.


Scuole Secondarie di Secondo Grado

Primo classificato – Gaia GUZZI

già classe I A Liceo classico “G. Carducci” –  Bolzano

 

A Bolzano in Alto Adige, poco distante dal luogo in cui abito, si trova un grande bunker sotterraneo costruito dall’esercito tra il 1943 e il 1944 e tuttora utilizzato come spazio espositivo e per visite guidate. Misura circa settemila metri quadrati e li i soldati trovarono rifugio quando, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, gli alleati bombardavano la città. Fu scavato nella roccia in tempi brevissimi, come testimoniano i fori in cui fu posta la dinamite. Aveva sette entrate di cui oggi solo una è accessibile.

Il bunker fu utilizzato molto se si pensa che dal 2 settembre del ‘43 al 28 febbraio del’45 a Bolzano la sirena dei bombardamenti risuonò per ben 472 volte!

In questo luogo nato come “spazio sicuro” durante la guerra, è accaduto poco fa un episodio di solidarietà che ha riportato alla luce anche altri episodi passati di bontà.

Nell’agosto 2018 una grande ondata di calore ha colpito il territorio e, a causa dell’ anticiclone africano, le temperature hanno raggiunto massime di 37 gradi e il caldo non concedeva tregua nemmeno di notte.

Proprio per questo motivo, anche pensando a chi non aveva modo di proteggersi dal caldo, la Cooperativa Talia ha proposto di mettere a disposizione il bunker, a chiunque avesse bisogno di un ricovero fresco dove trascorrere la giornata. Infatti le temperature in questo luogo rimango sempre attorno ai tredici gradi.

I bolzanini hanno così cercato un riparo all’interno della struttura, in una situazione sicuramente, (e fortunatamente) più pacifica rispetto a quella di oltre settant’anni prima.

Questa è stato anche occasione di ascolto, uno scambio di ricordi e aneddoti fra le persone, è stato un modo per stare in compagnia, ripercorrendo la storia del nostro Paese. Sono state effettuate, numerose visite guidate all’interno del bunker, in cui sono stati invitati tutti coloro che avevano memorie risalenti al periodo della guerra o del dopoguerra a condividerle con gli altri.

Moltissimi hanno approfittato di questa opportunità e si sono recate nell’ex rifugio antiaereo il più grande della regione con i suoi cunicoli, passaggi, sale e gallerie.

È stato un momento di incontro e di confronto e, come spesso accade in queste situazioni, ci si è trovati a parlare di fascismo e nazismo a Bolzano, periodi sicuramente difficili che hanno portato a molte divisioni, soprattutto all’interno dei diversi gruppi sociali. I racconti di chi era presente e degli operatori della cooperativa hanno riportato in vita un’era diversa da quella che viviamo ora: una Bolzano completamente differente, in cui era ancora possibile trovare momenti di unione e di solidarietà nonostante si stesse attraversando quello che viene giustamente definito “il periodo storico più drammatico di questa terra”.

Si è rivissuto un sentimento che univa invece che dividere la popolazione, al di là delle differenze di lingua, di cultura e di tradizioni che, secondo molti dei presenti che hanno vissuto quel periodo drammatico, si sta purtroppo perdendo.

I momenti trascorsi nel bunker sono stati anche motivo di riflessione per far sì che le notizie riguardanti la guerra non vengano cancellate dalle memorie ma tramandate anche a chi non le ha vissute in prima persona.

La memoria di quel tempo, seppur dolorosa, ci deve servire da monito, ci deve ricordare sempre che quello che è accaduto, una volta potrebbe riaccadere. Se non si diffondono questi pensieri c’è il rischio che in futuro nessuno rammenti quanto di terribile ha generato la guerra e che quindi si possa ripetere.

Noi giovani non abbiamo una esperienza diretta dell’oscurità causata dalla guerra, ma nei nostri confronti, chi l’ha vissuta, ha l’importante compito di richiamare alla mente e tramandare il significato di certi valori, raccontando le storie e le esperienze di coloro che hanno dedicato tutta la loro vita alla difesa della libertà.

Tra le varie storie raccontate durante i momenti trascorsi nel bunker, l’episodio che probabilmente ha colpito di più i presenti, ed ha suscitato forti emozioni è stato raccontato da una donna.

Durante uno dei tanti bombardamenti lei, al nono mese di gravidanza decise di abbandonare il luogo in cui viveva, preoccupata per la sua vita ma soprattutto per quella del bambino che portava in grembo.

Così iniziò a scalare nella speranza di raggiungere un rifugio più adatto dove trascorrere gli ultimi momenti prima della nascita di suo figlio. Mentre procedeva, a causa del bombardamento, fu costretta a gettarsi in una buca per ripararsi. Rimase lì a lungo poiché, stanca ed impaurita, non aveva più le forze necessarie per alzarsi ed allontanarsi da quel luogo. Fu in quel momento che un soldato tedesco, appartenete cioè all’esercito nemico la vide.

L’uomo intuì immediatamente la gravità della situazione e capì che la donna sarebbe di certo morta, se non a causa degli spari, per la precarietà della condizione. Infatti faceva freddo e la buca in cui si era gettata era piena di acqua stagnante rimasta dall’ultimo temporale.

Il soldato si trovava davanti a due scelte: seguire la sua coscienza e fare ciò che riteneva umanamente più giusto mettendo però in pericolo la sua vita oppure eseguire gli ordini dei suoi superiori e quindi rimanere nel bunker.

Molti pensieri attraversavano la mente dell’uomo: sapeva che disubbidire gli avrebbe potuto causare gravi conseguenze ma, d’altra parte, non si sarebbe mai perdonato il fatto di aver lasciato morire una persona in difficoltà.

Visto che anche lui era padre, si immedesimò nella donna che temeva di perdere il proprio figlio, o di non riuscire a sopravvivere per accudirlo. Capì che non aveva molto tempo per riflettere, uscì velocemente dal bunker e si affrettò verso la fossa dove stava lei, si gettò all’interno e le fece scudo con il suo corpo per proteggerla fino alla fine dell’allarme.

Quando capì di essere fuori pericolo prese la donna fra le sue braccia si diresse nuovamente verso il rifugio, una volta dentro la adagiò a terra e le diede la sua giacca per ripararsi dal freddo. I due parlavano una lingua diversa ma si capivano a sguardi. C’era una strana sintonia tra quei due individui, così diversi nell’aspetto, eppure così simili dentro.

Nei giorni a seguire il soldato tedesco si occupò personalmente della donna, dando a lei le sue razioni di cibo e di acqua e poco tempo dopo partorì una bambina. Sia la madre che la figlia stavano bene e rimasero ancora un po’ con il soldato. Appena furono fuori pericolo se ne andarono, tornando dalla loro famiglia.

Di sicuro si tratta di un episodio che colpisce, ma la cosa che più di tutte ha fatto emozionare chi lo ha ascoltato è che a narrarlo è stata proprio la bambina nata nel bunker, ormai diventata adulta.

Questa vicenda è per me un grande esempio di solidarietà, avvenuto tra persone che non si conoscevano e che, oltretutto, appartenevano a popolazioni in guerra fra loro.

Penso che la bontà più grande e più pura sia quella incondizionata quella che esprimiamo non solo verso chi ci sta a cuore ma anche, e soprattutto, verso chi non conosciamo.

Per avere un chiaro esempio di questo, basterebbe pensare alla nostra vita quotidiana. Spesso diamo per scontato ciò che riceviamo e quando non otteniamo quello che vogliamo, ci lamentiamo e recriminiamo.

Spesso il bene sembra scontato, mentre siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che non ci piace o che non funziona perfettamente nelle nostre vite. Così, procedendo negli anni, finiamo per dimenticare quanto è importante fare del bene ed esprimere solidarietà verso chi soffre, così come ci ha insegnato l’esperienza del bunker.


Secondo classificato – Giulia POLATO

già classe II BL Istituto d'Istruzione Superiore “A. Einstein” – Piove di Sacco (PD)

 

Io abito a Dolo, una ridente cittadina bagnata dal fiume Brenta, situata a metà strada tra Padova e Venezia.

Passeggiando per le strade principali del paese alla ricerca di un luogo “speciale” testimone di eventi di bontà e di solidarietà posso osservare quanta suggestiva bellezza traspare ancora dalle costruzioni più rappresentative del centro: il Mulino, lo squero, il Duomo. La loro storia però non riesce a soddisfare pienamente la mia curiosità.

Abbandono il centro e mi sposto quindi lungo “Via Cairoli” strada principale di collegamento con altri paesi e, quasi per caso, leggo un’insegna che indica “Istituto Casa Nostra”. Nome curioso per un edificio, penso tra me e me, e subito prendo il cellulare, e mi collego su Google scoprendo una storia straordinaria.

Una storia di profonda generosità che ebbe origine nel 1933 grazie all’arciprete di Dolo, Monsignor Vincenzo Fare e alle Suore Dorotee di Vicenza.

La loro grande bontà e determinazione promosse la nascita e lo sviluppo di una realtà volta ad assicurare una crescita umana e cristiana agli orfani e ai bambini più bisognosi.

La piccola struttura che inizialmente accolse solo tre minori maschi privi del conforto familiare, in breve tempo, si trovò ad ospitare molti ragazzi e bambini di entrambi i sessi e ciò rese indispensabile la realizzazione di interventi di ampliamento edilizio e anche di investimenti orientati alla riqualificazione del personale per migliorare il benessere fisico e psicologico dei giovani ospiti.

Proprio mentre sono immersa nella storia davvero appassionante di questa struttura però una sirena distoglie la mia attenzione e la curiosità mi porta istintivamente ancora con il telefono in mano e ancora intenta nella lettura, a camminare all’inseguimento di questi suoni.

Cammino e leggo, cosa che non si fa, ma l’affascinante passato di questa casa che nel tempo si é trasformata da casa di accoglienza di bambini orfani bisognosi a una vera e propria struttura educativa rivolta a tutti i bambini o giovani che hanno bisogno di aiuto, materiale o spirituale o di altro genere, mi affascina a tal punto che non riesco a staccare gli occhi dallo schermo.

Nel frattempo la sirena ha smesso di suonare ed io, senza accorgermene, mi trovo davanti ad un’immagine paradossale.

Sono in piedi sopra ad uno dei marciapiedi del parcheggio dell’ospedale di Dolo, una struttura che mi ha vista nascere e che vedo quasi ogni giorno quando in macchina rientro a casa da scuola, ma che in questo momento non riesco quasi a riconoscere.

Tende di grandi dimensioni rubano stazione a numerosi parcheggi e moltissime persone vestite con dei camici verdi, il viso coperto da mascherine “speciali” e le mani protette dai guanti vanno avanti e indietro quasi in una corsa contro il tempo.

Questa immagine così forte e sconcertante mi fa però capire che ho davvero trovato il luogo che sto cercando, un luogo in cui le persone hanno fatto un passato, fanno oggi e faranno per sempre in futuro la differenza.

Penso infatti a quello che vedo e rifletto sul fatto che in realtà il personale sanitario, i medici, i paramedici si impegnano giorno dopo giorno, con dedizione non solo per svolgere una semplice attività retribuita ma anche per aiutare gli altri spesso oltre agli obblighi che la loro mansione prevede e con un’umanità che va al di là del loro contratto di lavoro.

Oltre a queste persone speciali spesso in ospedale poi possiamo incontrare altre figure altrettante straordinarie. I volontari. Uomini e donne che si spendono con entusiasmo e tanto amore per permettere alle persone ammalate di vivere al meglio la propria degenza. Grazie a loro molti pazienti superano lo sconforto e l’angoscia che spesso le malattie alimentano e riacquistano la fiducia e la speranza di poter superare i momenti difficili che stanno vivendo.

In ospedale infatti non si distribuiscono solo farmaci, non si effettuano solo esami visite e interventi, ma si dona anche e soprattutto una speranza e la si alimenta con il tanto affetto offerto dalle molte persone speciali che si spendono per gli altri.

Forse non mi sarei mai accorta di quanto straordinario fosse questo luogo se il suono della sirena non avesse distolto la mia attenzione trasportandomi quasi involontariamente verso di esso e, forse non ci avrei comunque pensato se non avessi visto tanto fermento legato alla gestione dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo.

Nonostante la precarietà delle tende e l’elevata confusione però non vedo assolutamente persone incerte, ferme a perdere tempo ma noto solo la presenza di tante “figure verdi” indaffarate, costantemente in movimento per aiutare con rapidità gli ammalati in difficoltà.

Non riesco ad entrare perché la paura del contagio mi paralizza ma grazie a internet scopro un altro sonetto che rende questo luogo davvero una testimonianza di generosità. Il nostro ospedale è nato grazie all’opera di carità del patrizio veneziano Nicolò Priuli, che verso la fine del 1800, donò 400 lire per la sua realizzazione.

Scopro inoltre che in alcuni reparti ci sono anche delle statue in onore di medici o di generosi donatori che grazie alla loro dedizione e solidarietà sono riusciti a rendere questo luogo un posto speciale, un luogo che continua ad esistere sulla base di questi principi e che per questo è davvero traccia viva e pulsante di bontà e di solidarietà del mio caro paese.



 Premiati Sezione Disegno

 NON ASSEGNATI 


 Premiati Sezione Multimediale 

Giulia BORAN, Giada BUSO, Elena CEOLA, Gaia TONINATO ed Eva UNIVERSI

dell’Istituto di Istruzione Superiore “A. Einstein” di Piove di Sacco 

Il filmato è pubblicato al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=4PnLmB8FGgY 


 Premi della Bontà 2020  

dott.ssa Mariateresa GALLEA, dott. Paolo SIMONATO, dott. Luca SOSTINI

“Giovani medici in prima linea nella lotta al COVID 19”

Note biografiche

Mariateresa Gallea nasce a Castelfranco Veneto (TV) il 18 novembre 1986 ma è cresciuta a Padova dove tuttora vive. Si è laureata in Medicina e Chirurgia a Padova nel 2012 e dal 2013 lavora come medico di Continuità Assistenziale per l'Azienda ULSS n. 6 “Euganea”, inizialmente nella sede di Este e dal 2015 in quella di Conselve. Nel 2016 ha acquisito il Diploma di Formazione Specifica in Medicina Generale presso la Regione Veneto e attualmente è in graduatoria per essere un medico di famiglia in questa città.

Paolo Simonato è nato a Noventa Vicentina (VI) il 24 novembre 1990 ma ha sempre vissuto nel padovano a Ospedaletto Euganeo. Ha due fratelli, il maggiore dei quali psichiatra. L'altro, gemello, ha condiviso con lui tutto il percorso di studi, università compresa. Dopo la laurea, avvenuta a ottobre 2015, ha sempre lavorato come medico territoriale nel servizio di Continuità Assistenziale nell’ Azienda ULSS n. 6 “Euganea”. Ha conseguito il diploma di Emergenza Territoriale nel 2019. A ottobre di quest'anno ha iniziato il corso di formazione per diventare medico di famiglia.

Luca Sostini nasce a Este (PD) il 29 gennaio 1986 dove tuttora risiede. Si è laureato in Medicina e Chirurgia a Padova nel 2012. Nel 2016 ha acquisito il Diploma di Formazione Specifica in Medicina Generale presso la Regione Veneto. Dal 2017 ha lavorato come medico di Continuità Assistenziale per l'Azienda ULSS n. 6 “Euganea” nella sede di Montagnana sino al 2020 quando ha aperto il suo Studio di Medicina Generale a Fontanafredda di Cinto Euganeo. E’ anche arbitro di calcio dal 2002, iscritto alla sezione AIA di Este.

Motivazione del Premio.

Proprio all'inizio dell’emergenza sanitaria da COVID 19 a fine febbraio 2020 è stato chiesto ai tre giovani medici di sostituire i tre medici di medicina generale a Vo', perché posti in quarantena in quanto esposti al virus. Ciò ha permesso di garantire il servizio di assistenza primaria in quel comune una delle due prime aree rosse d’Italia, il tutto volontariamente. In quella situazione si sono trovati ad essere, non solo medici ma anche punto di riferimento per la popolazione vadense e prime sentinelle di una pandemia che a fine febbraio ancora non aveva raggiunto l'apice e che era ancora poco conosciuta nella sua estensione, nella sua modalità di contagio e nel corteo dei sintomi. In una città isolata, dove non si poteva né entrare né uscire, si sono trovati impegnati anche nella gestione di casi sociali: da anziani e persone con disabilità rimasti soli, ai lavoratori che, non potendo raggiungere il luogo di lavoro, chiedevano informazioni e certificazioni. Si sono trovati a visitare bambini e neonati, pazienti chirurgici da gestire nel post-operatorio. Assieme agli infermieri del distretto e con consulenze telefoniche degli specialisti, sono riusciti a gestire a domicilio anche le situazioni più complesse. Erano in contatto costante tra loro e questo lavoro di squadra è stato molto importante per fronteggiare una situazione in continua evoluzione. Hanno vissuto giornate e nottate lunghe, intense, provanti sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Sono stati insigniti dell’onorificenza di Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana il 2 giugno 2020 tra i cittadini distintisi nell’ambito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.

 

Rev. Don Fabio STEVENAZZI

“Sacerdote e Medico tornato in corsia per assistere il corpo e l’anima”

Motivazione del Premio.

Don Fabio Stevenazzi, 48 anni, è sacerdote della parrocchia di San Cristoforo a Gallarate, in provincia di Varese – Arcidiocesi di Milano. Durante la prima emergenza pandemica ha deciso di indossare nuovamente oltre alla talare il camice bianco per contribuire alla cura dei malati di Covid-19. Don Fabio infatti, prima di diventare sacerdote, ha lavorato come medico internista per più di dieci anni dal 1997 al 2008. Ordinato sacerdote non ha mai abbandonato l’aggiornamento continuo in ambito medico. Nel 2017 l'attuale arcivescovo di Milano, S.E. Rev.ma Mons. Mario Enrico Delpini, quando era ancora vicario generale, gli chiese di collaborare con l’ ONG Cuamm-Medici con l’Africa di Padova, per cui, nei mesi estivi del 2018, si è recato in missione in Etiopia presso l'ospedale San Luca di Wolisso e, nel 2019, in Tanzania, all'ospedale di Tosamaganga. Don Fabio ha maturato la decisione di reindossare il camice tra i pazienti affetti da COVID-19 con molta tranquillità rendendosi perfettamente conto della tragicità della situazione che ha colpito l'intera comunità lombarda e non solo. Ha subito percepito l'urgenza ed è ridisceso in campo presso l’Ospedale di Busto Arsizio dell’Asst “Valle Olona”. Nel corso del suo servizio ha potuto non solo svolgere la professione medica ma anche portare i conforti religiosi a pazienti morenti lontani dai propri familiari.

E’ stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana il 2 giugno 2020 tra i cittadini distintisi nell’ambito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.  

Prof. Ferdinando BONESSIO

Docente che con la propria abnegazione e i propri mezzi a consentito l’esame di stato da una studentessa svantaggiata in tempi straordinari di pandemia

Note biografiche

Il Professor Ferdinando Bonessio nasce a Firenze 62 anni fa e risiede a Roma dagli anni '60. Padre di 2 figli oggi trentenni è anche nonno di un bambino di 6 mesi. E' stato docente di Scienze Motorie collocato in pensione dal 1° settembre 2020 dopo oltre 43 anni di servizio. Ha svolto la sua attività di docente nelle scuole secondarie di primo grado di Roma e Provincia. I primi anni è stato impegnato nei comuni dell'interland romano di Guidonia e Tivoli, per poi insegnare nella periferia dei quartieri popolari della capitale come: San Basilio, Corviale, Portuense, Garbatella e Tor Marancia. Durante tutta la carriera ha cercato di mantenere con gli alunni un rapporto personale diretto, oltre a quello ordinario da docente, che tenesse conto dell'osservazione dei comportamenti, della comprensione del carattere e dei bisogni individuali. Per la sua "missione di docente" ha sempre ritenuto che l'obiettivo della scuola dell'obbligo fosse quello di "insegnare ad imparare" dando a tutti le stesse opportunità e strumenti: cittadini preparati per una società migliore. Al di là dei riconoscimenti istituzionali, ha sempre considerato che la vera ricompensa per il lavoro svolto durante tutti gli anni di carriera fosse quella di vedere il sorriso sul volto dei suoi alunni oppure ricevere un "grazie" da parte delle famiglie. 

Motivazione del Premio.

Al termine del periodo della obbligatoria Didattica a distanza, che si era rivelata piuttosto complicata sia perché era la prima esperienza a livello nazionale sia perché la materia "Ed. Motoria" insegnata dal professor Bonessio poco si prestava a questa modalità non in presenza, il professore faceva parte, insieme ai colleghi del Consiglio di classe, nel mese di giugno 2020 della Commissione per gli esami di "Licenza media". Quel giorno la prova orale della classe III B dell'Istituto Comprensivo “Poggiali-Spizzichino” di Roma (quartiere Montagnola) si stava svolgendo online dalle ore 8 della mattina. Era inserita, nell'elenco degli alunni che dovevano sostenere l'esame, una ragazza la cui famiglia era originaria dell'Ecuador. La ragazza, di carattere molto timido e riservato, in quel momento riferiva telefonicamente di trovarsi a casa da sola e di non riuscire a collegarsi in video. La Commissione, per agevolare la ragazza, prendeva tempo e posticipava la prova d'esame al pomeriggio. Giunti alle ore 17 purtroppo persistevano i problemi di collegamento e la ragazza, sempre telefonicamente, mostrava di essere disperata ed in preda ad una crisi di pianto. A quel punto il professor Bonessio proponeva alla Commissione di sospendere temporaneamente i lavori e si offriva di recarsi presso l'abitazione dell'alunna situata nel quartiere di Acilia a circa 20 km dalla sede scolastica. Alcuni docenti mostravano perplessità ma il professor Bonessio con la sua esperienza di docente anziano ricordava ai colleghi lo "spirito della missione docente" e soprattutto l'obbligo di consentire in tutti i modi all'alunna di svolgere l'esame. Una collega, la professoressa Annamaria Mele di musica, si offriva di accompagnare il professor Bonessio. I due con l'autovettura del docente arrivavano all'abitazione della ragazza e suonavano al citofono invitandola a scendere per provare a collegarsi con la scuola attraverso lo Smartphone del professore. Così accadeva: la ragazza raggiungeva i docenti mostrando sul volto un grandissimo sorriso e la serenità ritrovata. I tre si recavano ai tavolini di un Bar situato nelle vicinanze e da quella sede si collegavano con tutti gli altri docenti della Commissione consentendo alla ragazza di svolgere la sua prova d'esame. La missione era compiuta, la scuola aveva raggiunto il suo obiettivo: dare a tutti gli studenti un'opportunità.

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Video Vincitore della Sezione Multimediale Allievi dell'Istituto A. Einstein di Piove di Sacco (PD)